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Il grembiule

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IL GREMBIULE. Breve nota su Morire di lavoro di Daniele Segre, un film che deve molto girare

di Angela Gregorini

non hanno voluto pagarmi
né il grembiule e neanche la vita
perché ero una donna che non poteva sognare
ero una volgare operaia
che in un giorno qualsiasi
e chissà perché
aveva perso di vista il suo grembiule
per pensare soltanto a lui

(Il grembiule, Alda Merini)

L’inserimento nel curricolo scolastico di percorsi di formazione alla cultura del lavoro e della sicurezza è in tutta evidenza un’esigenza imprescindibile per il determinarsi di una presa d’atto e di possesso della realtà del tempo presente da parte delle giovani generazioni.
Il che significa, per la scuola, riconoscere nuove (ma in verità antiche) dignità culturali, promuovere nuove (urgenti) istanze cognitive, ridisegnare territori culturali che integrino in sé – senza gerarchie – apprendimenti teorici e apprendimenti pratici.
Non si tratta soltanto di dare dignità e legittimazione di “sapere” al sapere (e fare) tecnico- pratico, meglio se abbinato a più classici, e di più sicura cittadinanza disciplinare, apprendimenti d’impronta storico-artistico-letteraria, quali studi di storia d’impresa, storie locali di produzione e lavoro, tutela del patrimonio archeologico industriale, valorizzazione dei fondi archivistici, iconografici, foto-cinematografici ecc.
Piuttosto, si tratta di riconoscere la valenza qualititativa di quel sapere. Che va realizzata attraverso processi orientativi e formativi volti a foggiare (termine antropologico) identità consapevoli, in grado, come direbbe Edgar Morin, di affrontare la complessità nelle forme instabili e cangianti che essa oggi assume: nella creatività, nella mobilità, nella plasticità; nei rischi come nelle opportunità, nel rispetto delle regole come nella rivendicazione dei diritti, nell’individuazione dei compiti come nell’assunzione delle responsabilità. Vero sin dalla scuola del primo ciclo – quando si avvia il pensiero del “diritto umano al lavoro creativo” (Adam Smith) – a maggior ragione tale educazione si rende ineludibile nel periodo appena successivo, tra i 16 e i 18 anni, che è tempo di confine, di intreccio, di contaminazione: tra istruzione e professione, tra scuola e università, tra scuola e mondo del lavoro, tra sistemi formativi diversi.
Si tratta di fare, bene, “didattica orientativa”e “formazione orientativa”: che attraversino ogni tipo di scuola; che inneschino progettualità, operatività, dinamicità; che abbiano per marca la trasversalità degli apprendimenti, l’uso attivo dei codici, l’estensione dell’esperienza personale, la valutazione critica; che, miscelando cultura del lavoro e cultura d’impresa ad altre forme di cultura d’aula, si connotino, nella laboratorialità che ne è contrassegno, per “manipolazione di strumenti, contestualizzazione, condivisione sociale delle informazioni”
(1).
Per più di un aspetto, tra i menzionati, il film
Morire di lavoro di Daniele Segre rappresenta un veicolo e mezzo di rara, e provata efficacia (2), per la conoscenza e il contatto con la “realtà altra” di un labor che è sì pena, fatica e sofferenza, ma soprattutto esercizio di specifiche attività. Sempre fortemente culturali, mai meramente “manuali”, mai puramente tecniche: e la descrizione dei mestieri, fasi, strumenti, attrezzi, azioni, attori, tempi, restituita dalle parole degli operai, dei muratori, dei cavatori, degli autisti, dei saldatori intervistati è già di per sé tappa di un percorso di conoscenza che si fa esperienza. Mediata dal mezzo filmico, ma non per questo meno vibrante di realtà.
Il film di Segre costituisce il contributo prezioso di un autore – da sempre attento all’identità-lavoro, e formatore a sua volta – a un’istanza del sistema formativo stesso per lo sviluppo di una cultura del lavoro che abbia nella scuola un suo sito d’elezione. Se infatti, come si afferma, la scuola deve saper proporre situazioni formative socialmente rilevanti, connesse al territorio, validate da vincoli di realtà, l’opera di Segre è a tutti gli effetti esemplare. Straordinaria prova di un approccio conoscitivo che recepisce la complessità del reale, che si assume compiti di realtà.
Rappresentandola e, insieme, operando in essa: chiamandola alla presenza, dando ad essa tensione e forma, facendo del film un potenziale agente di cambiamento.
Realtà del tempo: volgendosi indistintamente a tutti coloro che sono, per età, posizione, provenienza, in apprendistato di cittadinanza, il film rappresenta un approccio alla cultura del lavoro da intendersi come requisito irrinunciabile, universale, di un
saper essere nel presente che abbia nella scuola la sua officina, nei luoghi di lavoro il suo cantiere, costituendo l’una e gli altri i laboratori di sperimentazione del mondo di domani.
E realtà del film, fatta di corpi, di sguardi, di voci: di vivi e di morti. Di lavoratori e di lavoratrici, o di loro familiari, italiani e stranieri, regolari e irregolari, giovani e anziani, che raccontano, in una circolarità narrativa che non annulla ma esalta la singolarità irriducibile di ciascuna storia, mestiere e fatica, mestiere e orgoglio, mestiere e fragilità, individuale e sociale: sorta di corale, dolorosa conferma dell’asserzione di Marcel Mauss che «il corpo è il primo e il più naturale strumento dell’uomo».
Pertanto, a tutelare quel corpo – individuale e sociale, appunto – occorre abbinare lavoro e sicurezza, lavoro e diritti, lavoro e futuro ( e così si torna alla scuola).
Come nell’intervista che auroralmente chiude il film: un giovane operaio che ha perso l’uso delle gambe in un incidente in cantiere e la sua ragazza che tenta di dissuaderlo dal tornare a guidare l’escavatore, lo sfondo blu invece che nero, due volti nella stessa inquadratura, due voci che s’intrecciano a dire la volontà di ricominciare, due sguardi che si cercano, che ci cercano, per andare oltre. Ragazzi, che infondono speranza anche a noi, gli spettatori.

_________________________

1. cfr. P. Rosati, Una didattica orientativa, reperibile all’ URL: htpp://www.treccani.it/site/Scuola/Osservatorio/Archivio/scuola_osservatorio03.htm.

2. Nelle Marche il film
Morire di lavoro (2008) di Daniele Segre è stato presentato alle scuole nell’ambito del Seminario regionale (per non) Morire di Lavoro–Giornata di studio dedicata alla cultura del lavoro e della sicurezza (Recanati, 15 maggio 2008, Multisala Sabbatini), organizzata da ReteCinema delle Marche, ANSAS-Marche, Direzione Scolastica Generale per le Marche, l’Ufficio Scolastico Provinciale di Macerata, l’I I. S. “Mattei” di Recanati. L’incontro, che ha avuto come momento topico la proiezione dl film alla presenza del regista stesso, muoveva alla conoscenza di una tematica cruciale attraverso una prospettiva multipla di approccio ad opera di rappresentanti sindacali, Confindustria, esponenti di aziende, Università, Scuola, chiamati a discutere con studenti e docenti delle “culture del lavoro” che segnano il presente, con particolare riferimento al territorio e alla sua storia.






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"Aggiornato il 07 ott 2013"

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